11 dicembre 2010
La terza carica dello Stato snobbata dalla gran parte delle autorità locali
di Pasquale Bartolomeo
La terza carica dello Stato snobbata dalla gran parte delle autorità local
Come Di Pietro. Sorriso finto, aria falsamente ispirata, la voglia di creare intorno a sé un ingiustificato clima di attesa ripagato con il nulla. Gianfranco Fini a Isernia, come il leader dell’Italia dei valori lo scorso 22 novembre, si è avvalso della “facoltà di non rispondere”. Ormai, che copi lo stile della sinistra, anche quella massimalista dell’ex pm di Mani Pulite, non è più una notizia. Che sia diventato il vessillo dei Bersani e dei D’Alema, novello Che Guevara di una minoranza alla perenne ricerca di rivincita, non stupisce più di tanto. Che indossi una cravatta rossa degna del radical chic più consumato, non meraviglia proprio nessuno. Ma che scelga di far sorbire alla stampa, locale e non, un sermone di un’ora mezza su europeismo, patriottismo, fancazzismo e altre amenità del genere, finisce per urtare anche i più pazienti. Novanta minuti di attesa: poi, il nulla. Anzi, una battuta la fa. Peccato che non faccia ridere. <<Presidente, una dichiarazione>>, gli chiediamo a margine dell’incontro con gli studenti del liceo scientifico Majorana. Risposta, degna di un attore di rango, ruolo in cui si cala alla perfezione da tempo a questa parte: <<Ma se ho parlato per un’ora e mezza>>. No comment. Ma non è che l’antipasto. Perché le sorprese, come vedremo, sarà la città di Isernia a riservagliele.
Il festival dell’ovvio comincia alle 9.50. Fini arriva a Isernia a bordo di una fiammante berlina nera per la sua personale passerella. Come una miss, fa il suo ingresso nella discoteca Le Cave, l’unico posto disponibile in città per ospitarlo. Tra l’area cocktail e le luci stroboscopiche, ammicca e rilascia sorrisi tirati al preside, ai docenti promotori del progetto “Letture effervescenti”, ai 200 liceali che hanno rinunciato a cose ben più serie, l’autogestione, per ascoltarne la predica. Ad accoglierlo, uno sparuto gruppo di neoaderenti a Futuro e Libertà. I consiglieri regionali Quintino Pallante, Tony Incollingo ed Enrico Gentile e due simpatizzanti dell’ultim’ora, il consigliere provinciale di Progetto Molise Antonio Tedeschi e il presidente del Consiglio di via Berta, Lauro Cicchino, uomo di riferimento di Filoteo Di Sandro, che finiano non è e nemmeno è riuscito a diventarlo. Tranne Gentile, ex socialisti di sinistra, ex democristiani, esponenti della corrente di Alemanno. Della destra storica non si vede neanche l’ombra. I militanti di una vita, Giovancarmine Mancini e Camillo Antenucci, oggi tra le file della Destra di Storace, disertano l’incontro. E riservano all’ex leader di Alleanza nazionale un’accoglienza da “camerati” che si sentono traditi nell’orgoglio. La prima doccia fredda arriva già all’ingresso di Isernia Nord, pochi metri dopo la rotatoria con la fontana, dove troneggia una fila di manifesti dal tono inequivocabile. <<Questa casa non la venderà nessuno. Orgogliosi della nostra identità>>. Mentre Fini si sistema sulla poltrona, cosa che gli riesce di una facilità estrema, arriva la seconda bordata. L’assenza delle istituzioni politiche locali. Non c’è il sindaco Melogli, il governatore Iorio e il presidente della Provincia Mazzuto sono alla Provincia per l’irrinunciabile convegno sul Paleocibo, persino Adelmo Berardo, consigliere regionale transfuga nelle file di Fli non è presente, magari in preda al ripensamento. Il più “alto in grado” tra le autorità presenti in sala è Cicchino. Per il resto, Fini viene snobbato da tutti. Il primo cittadino, per la verità, svela di aver avuto l’intenzione di invitare il presidente della Camera in Municipio. Ma la prefettura avrebbe frapposto problemi legati al servizio di sicurezza. Mentre Mazzuto sostiene che il rigore del protocollo gli avrebbe impedito di parlare, anche solo per un attimo, per porgere i saluti di rito alla terza carica dello Stato. Roba che neanche a Buckingham Palace. Alla fine i lavori partono. E Fini, incredibile ma vero, inizia con il mea culpa. O meglio. Prima ritorna sulle recenti frasi circa la presunta inutilità dell’università di Isernia. Esternazioni che gli avevano regalato il diniego del rettore, Giovanni Cannata, circa l’utilizzo dell’aula magna di via Mazzini. <<In Italia ci sono 103 province e 48 sedi universitarie – dichiara - Questo avevo detto a Lecce ed è stato interpretato come una mia volontà di voler tagliere le sedi piccole, come quella di Isernia. La mia non era una valutazione di merito sul vostro ateneo, che mi risulta sia il fiore all’occhiello della città». Poi dà la colpa ai giornalisti, alla Berlusconi. <<Il mio pensiero è stato riportato in maniera parziale>>. Comodo. Solo che le frasi che avevano indispettito Cannata le aveva dette a Chieti. Che le cifre citate allora (251 tra atenei e sedi distaccate) erano diverse. E che le sue parole avevano trovato sponda anche nel politologo americano Edward Luttwak. Altro che frasi distorte. Questa si chiama retromarcia. Peccato che, anche se Fini non può saperlo, a venti metri di distanza in linea d’aria, il rettore Cannata stia parlando nell’auditorium della Provincia. Per la cronaca, negato anch’esso al leader di Fli per un con”vegno sul cibo preistorico. Tranquillamente ospitabile nella sala gialla, ma pur di provare a “sfrattare Fini, a Isernia si fa questo e altro. Cannata, in quella sede, elenca una serie di progetti portati a termine con poche risorse disponibili. Per poi colpire di fioretto: <<Abbiamo realizzato tutto questo pur non essendo un’università ricca. Anche se c’è qualcuno che pensa di volerla sopprimere impunemente>>. Chi voglia incontrare quel qualcuno, lo cerchi pure all’interno della discoteca Le Cave.Chiusa la parentesi delle (finte) scuse, Fini torna quello di sempre. Spocchioso, arrogante, ondivago politicamente. Prima mette in imbarazzo un giovane studente che sul palco gli fa una domanda sull’Europa. Dicendogli che <<si è incartato>>. Il confronto ad armi pari, si sa, non è roba che piaccia al presidente. Dunque, niente di meglio che mettere in difficoltà un adolescente di fronte ai suoi coetanei. Poi si lancia in un soliloquio sull’ideologia, tra sbadigli e mugugni dei presenti. Dice che fare politica significa avere idee diverse. Come lo slogan di Casini: <<Un’idea diversa>>, appunto. Ormai Fini, di personale, politicamente non ha più nulla da dire. Infine, dopo novanta minuti di noia interminabile, elude le domande dei giornalisti. Ai quali, con la solita prassi consolidata, quella di smentire se stesso, aveva promesso di rispondere a inizio giornata. Per poi filarsela via sgommando. L’ennesima dimostrazione di signorilità e rispetto.
